La debolezza del lettore (forte)
Avendo terminato la lettura di “Nathan il Saggio” di Lessing, mi sto chiedendo quale dei molti libri iniziati riprendere in mano. Sono indeciso tra “La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo” di Sterne, il “Trattato teologico-politico” di Spinoza, “La democrazia in America” di de Tocqueville, “I benandanti” di Ginzburg, “La morte di Virgilio” di Broch. Forse mi converrebbe leggiucchiare la “Leggenda aurea” di Iacopo da Varazze, che ne pensate? E se andassi in libreria a cercare un romanzetto facile-facile?
Sapete cosa vi dico? Mi leggo qualche poesia di Wallace Stevens e vado a letto. Ci penserò domani.
La cura per l’ignoranza
La donna fuma vicino al posacenere del cortile, nell’angolo soleggiato. Mi avvicino con la mia mezza sigaretta da finire. Non faccio nemmeno in tempo a darle un’occhiata che già inizia a parlare.
“Mi scusi, lei è italiano?” chiede con uno spiccato accento ispanico. La guardo, sorpreso dalla domanda e dal tono deciso con cui è stata posta. E’ minuta e indossa un cappotto fuori moda. “Sì”. La donna, apparentemente incoraggiata dalla mia risposta, mi guarda con una rabbiosa aria interrogativa.
“Secondo lei, c’è una cura per l’ignoranza?” Mi vedo riflesso nelle ampie finestre del piano terra. Un uomo vestito di nero, la faccia stanca sotto un berretto di lana. Un uomo che prende tempo, fumando lentamente. La donna sta in attesa della risposta con aria rassegnata. I suoi lineamenti latinoamericani mostrano fatica e sofferenza. “Forse la cura è lo studio, la lettura, la scuola” dico.
“No, non questo tipo d’ignoranza” m’interrompe. “Mia madre non ha studiato, ma non è ignorante” aggiunge. Comincio a vedere un senso. “Capisco” dico. E mi avvicino per spegnere la sigaretta nella sabbia.
“Il mio compagno” prosegue “lui è ignorante, non capisce niente e non impara mai” Mi osserva, ancora più rassegnata. “Non c’è una cura, vero?”
“Credo di no” rispondo.
“Grazie” Spegne la sigaretta nella sabbia e cerca di fare un sorriso.
“Prego” le dico, avvicinandomi alla porta.
Intimo-pubblico
Qualche tempo fa, proseguendo una riflessione che aveva coinvolto alcuni vecchi blogger, avevo scritto un post che era stato ripreso e linkato con qualche incomprensione. Proponevo l’avvio di una riflessione, niente di trascendentale. Guadagnai l’accusa di aver postato aria fritta. Bene, giudicate voi se una riflessione su quello che si sta facendo qui e altrove è più ariafritta di quello che leggete sui giornali o di quello che guardate in TV. Ecco perchè ci vorrei ritornare; perché è importante pensare, scrivere (con tutti i propri limiti, ovviamente) e confrontarsi per poter difendere con cognizione i pochi spazi di libera elaborazione e condivisione culturale che ci sono rimasti. Il blog è uno di questi, ma chissà per quanto.
Questo (in blu) è un pezzo del post:
Qualcuno potrebbe dire che la scrittura non “espone”, non abbastanza, che non è affatto un volto ma solo una comunicazione. Non condivido questa idea. Perché confonde una difficoltà di riconoscimento (che è anche una difesa dall’impressione di scandalo che suscita) con una intrinseca impossibilità. Ma se il linguaggio-volto si può veramente realizzare, pur essendo un apparente paradosso, è solo per merito di un altro paradosso, quello che è stato chiamato l’intimo-pubblico. Che cos’è? Ma ancora prima, esiste? Risponderei, per ora, solo a questa seconda domanda con due citazioni che sembrano particolarmente adatte a focalizzare il locus di una dimensione intimo-pubblica.
Citazione 1: “(…) la comparsa del linguaggio e di tutto il contesto sociale dell’uomo, genera questo fenomeno inedito – per quello che sappiamo – della mente e della coscienza di sé, come l’esperienza più intima dell’essere umano” *.
Citazione 2: “la coscienza e la mente appartengono al dominio di accoppiamento sociale ed è lì che si realizza la loro dinamica” *.
[*.H. Maturana, F. Varela: L'albero della conoscenza. (traduzione di G. Melone). Garzanti 1987. I corsivi sono miei.]
Ora, se questa scrittura costituisce un volto, per quale motivo mi rivolgo alla mente e alla coscienza per focalizzare l’intimo-pubblico? Perché non al corpo? O al linguaggio? Insomma, se questa dimensione esiste, dov’è?
La risposta non sta in una minuziosa ricerca, ma nell’ampliamento dello sguardo o, in termine tecnico e significamente metaforico, del visus. Non si può comprendere la radicale difficoltà dell’intimo-pubblico senza riconoscere che il suo significato sta nel connettere discorsivamente ciò che è connesso realmente. Non separa e non confonde. Il trattino tra le due parole non è un punto cieco ma una connessione non riconosciuta, inafferrabile e sempre presente.
Dov’è? Ovunque, perché linguaggio, mente, e corpo non hanno senso singolarmente. Solo se pensate nella loro relazione costitutiva possono rappresentare il funzionamento incompleto del soggetto. Incompleto perché il soggetto non è né autosufficiente, né autonomo. Dipende. Proprio così, dipende dal mondo prossimale che incessantemente lo trasforma.
Ecco allora che intimo-pubblico significa prima di tutto essere in intimità con la parte pubblica della nostra vita, quella che ci tiene in contatto con gli altri. Quella che ci forma come soggetti che possono trovare senso solo in un’esistenza sociale. A dispetto di quello che si potrebbe pensare, è il contrario dell’esibizionismo. Non si tratta dunque di esibire pubblicamente ciò che è sentito come intimo. Al contrario, l’intimo-pubblico è aprirsi e accoglire pienamente la dimensione pubblica, ovvero ciò che si condivide, prima di tutto attraverso il linguaggio. Dunque, la dimensione pubblica non va considerata come qualcosa che ci espropria, ma come qualcosa che ci costituisce intimamente. La consapevolezza di questo fatto può (poteva?) trovare nel blog una possibilità di realizzazione, o almeno può (poteva?) rendere possibile una potenzialità che attraverso la scrittura mette in contatto con una esperienza intimo-pubblica diversa da altre forme di relazione interpersonale.
Tutto molto inutile e pomposo, vero? Massì. Torniamo a occuparci di cose serie.
Deserto
“La situazione nella Piana di Gioia Tauro presenta caratteristiche riferibili a un contesto di crisi umanitaria”, si legge nel rapporto di Medici Senza Frontiere dedicato alla condizioni degli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia. Il rapporto è del 2007, ma si potevano scrivere le stesse cose nel 2006 e le possiamo ripetere anche oggi. E’ una crisi umanitaria. Sì, qui la Calabria è come il Sudan della guerra civile e delle carestie. Come lo Zimbabwe del colera. Come il Congo dei conflitti e delle epidemie.
Da un articolo di Famiglia Cristiana del dicembre 2008, firmato da Roberto Zichittella. (trovato sul blog Atlantis)
Domenica (tempo di prediche)
Gianni Riotta su “Il Sole 24 Ore” di oggi prende spunto dall’ultimo saggio di Jaron Lanier per criticare un poco genericamente Internet e i suoi contenuti poco “gerarchizzati”. Non ha proprio tutti i torti, ma non dice nemmeno nulla di rilevante sull’argomento quando ricorda i limiti di Google o di Wikipedia. Sono cose ben conosciute e gli stessi utenti ne sono prevalentemente consapevoli. Però sbaglia bersaglio quando attacca l’anonimato e quando propone virtù come la serenità, l’autorevolezza, la vivacità, l’impegno e la critica, come se solo la Rete ne fosse priva. Forse vale la pena di ricordare le parole di Lanier: “The beauty of the Internet is that it connects people. The value is in the other people. If we start to believe that the Internet itself is an entity that has something to say, we’re devaluing those people and making ourselves into idiots.” Insomma, bisognerebbe una buona volta capire che non ha senso la demonizzazione generica di Internet (verrebbe da dire che il mezzo non è il messaggio). Si dovrebbero invece criticare specifici comportamenti e distorsioni, allo scopo di migliorare la qualità dei contenuti. Ricordando magari che proprio i giornali e le televisioni potrebbero cominciare a fare altrettanto sui propri “contenuti”, che non hanno poi tutta questa autorevolezza, chiarezza e serenità.
Nel frattempo sull’inserto DOMENICA dello stesso quotidiano…
“Oggi, per pubblicare le proprie opinioni, o poesie, o racconti, o persino romanzi, basta aprire un blog. Non costa niente, se non fatica e dedizione. Lo scambio di informazioni, di creatività, o semplicemente di parole, è vertiginoso. Nel frattempo, il mercato tradizionale del libro sta diventando sempre di più feudo di catene di negozi che vendono una gamma sempre più ristretta di titoli mediocri”.
Tim Parks
Trentuno dicembre
A questo periodo dell’anno chiediamo di poter sperare. Qualcuno preferisce sparare e far rumore, non sempre con innocenti botti. Festeggiare può essere angosciante, in effetti. Ma c’è ancora chi prova ad attraversare questo tempo con la sobrietà di piccole gratificazioni: un sorso di vino mosso, qualche abbraccio, una lieve immotivata euforia. E la speranza. Una speranza propria ma non “privata”, qualcosa che ci completi e dia più significato alle nostre fatiche. Una meta che ci è sfuggita: è a portata di mano o forse ancora lontana. Un’aspettativa che ci ha reso impazienti. Non c’è altro. Ma vi sembra poco?
I nuovi libri di Untitl.Ed
I bellissimi libri di Untitled Editori: cercateli, leggeteli, regalateli.
Italiano
Credo di essere molto più italiano di Berlusconi, uno che fa nascere figli e nipoti in Svizzera, uno che ha le sue società capogruppo in paesi stranieri. Eppure bisogna riconoscere che Berlusconi è italianissimo. Ha tutti i vizi dell’italiano: falsità, adulazione, corruzione, gallismo, machiavellismo, familismo amorale, ideologismo ipocrita, astuzia, pseudoliberismo, eccetera. L’italiano somiglia moltissimo a Berlusconi e quindi non è un’anomalia che abbia preso il potere: è l’inevitabile prodotto di una cultura e di una identificazione di massa (anche un poco liberatoria e deresponsabilizzante). Ecco quindi che c’è qualche giustificazione alle roboanti affermazioni del premier, ad esempio quando afferma che i suoi avversari sarebbero antitaliani, quando dice che il fatto di essere stato eletto dal popolo (cosa non proprio vera) lo autorizza a non rispettare le Istituzioni e a farsi le Leggi che preferisce, quando proclama che chiamerà il popolo a esprimersi sulla rifoma costituzionale (in una “sublime” concessione di sovranità che il popolo ha di diritto!). Tutto questo fa profondamente, antropologicamente, parte del carattere italico. Insomma, non si sa cosa sia meglio: forse antitaliani.
Poche scorie
Ci passo, di tanto in tanto, da quelle parti. Per lavoro. Mi riferisco a Bosco Marengo, un comune in provincia di Alessandria. Scopro solo ora che c’è una causa in Tribunale a Torino per impedire che un sito (peraltro vicinissimo ad una strada molto trafficata) appena fuori il paese diventi un deposito di scorie radioattive. Qui trovate tutte le notizie, se vi interessa. Io, se le cose si mettono male, credo che farò un giro largo.




