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Intimo-pubblico

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Qualche tempo fa, proseguendo una riflessione che aveva coinvolto alcuni vecchi blogger, avevo scritto un post che era stato ripreso e linkato con qualche incomprensione. Proponevo l’avvio di una riflessione, niente di trascendentale. Guadagnai l’accusa di aver postato aria fritta. Bene, giudicate voi se una riflessione su quello che si sta facendo qui e altrove è più ariafritta di quello che leggete sui giornali  o di quello che guardate in TV. Ecco perchè ci vorrei ritornare; perché è importante pensare, scrivere (con tutti i propri limiti, ovviamente) e confrontarsi per poter difendere con cognizione i pochi spazi di libera elaborazione e condivisione culturale che ci sono rimasti. Il blog è uno di questi, ma chissà per quanto.

Questo (in blu) è un pezzo del post:

Qualcuno potrebbe dire che la scrittura non “espone”, non abbastanza, che non è affatto un volto ma solo una comunicazione. Non condivido questa idea. Perché confonde una difficoltà di riconoscimento (che è anche una difesa dall’impressione di scandalo che suscita) con una intrinseca impossibilità. Ma se il linguaggio-volto si può veramente realizzare, pur essendo un apparente paradosso, è solo per merito di un altro paradosso, quello che è stato chiamato l’intimo-pubblico. Che cos’è? Ma ancora prima, esiste? Risponderei, per ora, solo a questa seconda domanda con due citazioni che sembrano particolarmente adatte a focalizzare il locus di una dimensione intimo-pubblica.

Citazione 1: “(…) la comparsa del linguaggio e di tutto il contesto sociale dell’uomo, genera questo fenomeno inedito – per quello che sappiamo – della mente e della coscienza di sé, come l’esperienza più intima dell’essere umano” *.

Citazione 2: “la coscienza e la mente appartengono al dominio di accoppiamento sociale ed è lì che si realizza la loro dinamica” *.

[*.H. Maturana, F. Varela: L’albero della conoscenza. (traduzione di G. Melone). Garzanti 1987. I corsivi sono miei.]

Ora, se questa scrittura costituisce un volto, per quale motivo mi rivolgo alla mente e alla coscienza per focalizzare l’intimo-pubblico? Perché non al corpo? O al linguaggio? Insomma, se questa dimensione esiste, dov’è?

La risposta non sta in una minuziosa ricerca, ma nell’ampliamento dello sguardo o, in termine tecnico e significamente metaforico, del visus. Non si può comprendere la radicale difficoltà dell’intimo-pubblico senza riconoscere che il suo significato sta nel connettere discorsivamente ciò che è connesso realmente. Non separa e non confonde. Il trattino tra le due parole non è un punto cieco ma una connessione non riconosciuta, inafferrabile e sempre presente.

Dov’è? Ovunque, perché linguaggio, mente, e corpo non hanno senso singolarmente. Solo se pensate nella loro relazione costitutiva possono rappresentare il  funzionamento incompleto del soggetto. Incompleto perché il soggetto non è né autosufficiente, né autonomo. Dipende. Proprio così, dipende dal mondo prossimale che incessantemente lo trasforma.

Ecco allora che intimo-pubblico significa prima di tutto essere in intimità con la parte pubblica della nostra vita, quella che ci tiene in contatto con gli altri. Quella che ci forma come soggetti che possono trovare senso solo in un’esistenza sociale. A dispetto di quello che si potrebbe pensare, è il contrario dell’esibizionismo. Non si tratta dunque di esibire pubblicamente ciò che è sentito come intimo. Al contrario, l’intimo-pubblico è aprirsi e accoglire pienamente la dimensione pubblica, ovvero ciò che si condivide, prima di tutto attraverso il linguaggio. Dunque, la dimensione pubblica non va considerata come qualcosa che ci espropria, ma come qualcosa che ci costituisce intimamente. La consapevolezza di questo fatto può (poteva?) trovare nel blog una possibilità di realizzazione, o almeno può (poteva?) rendere possibile una potenzialità che attraverso la scrittura mette in contatto con una esperienza intimo-pubblica diversa da altre forme di relazione interpersonale.

Tutto molto inutile e pomposo, vero? Massì. Torniamo a occuparci di cose serie.

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Written by omniaficta

19 gennaio 2010 at 21:35

Domenica (tempo di prediche)

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Gianni Riotta su “Il Sole 24 Ore” di oggi prende spunto dall’ultimo saggio di Jaron Lanier per criticare un poco genericamente Internet e i suoi contenuti poco “gerarchizzati”. Non ha proprio tutti i torti, ma non dice nemmeno nulla di rilevante sull’argomento quando ricorda i limiti di Google o di Wikipedia. Sono cose ben conosciute e gli stessi utenti ne sono prevalentemente consapevoli. Però sbaglia bersaglio quando attacca l’anonimato e quando propone virtù come la serenità, l’autorevolezza, la vivacità, l’impegno e la critica, come se solo la Rete ne fosse priva. Forse vale la pena di ricordare le parole di Lanier: “The beauty of the Internet is that it connects people. The value is in the other people. If we start to believe that the Internet itself is an entity that has something to say, we’re devaluing those people and making ourselves into idiots.” Insomma, bisognerebbe una buona volta capire che non ha senso la demonizzazione generica di Internet (verrebbe da dire che il mezzo non è il messaggio). Si dovrebbero invece criticare specifici comportamenti e distorsioni, allo scopo di migliorare la qualità dei contenuti. Ricordando magari che proprio i giornali e le televisioni potrebbero cominciare a fare altrettanto sui propri “contenuti”, che non hanno poi tutta questa autorevolezza, chiarezza e serenità.

Nel frattempo sull’inserto DOMENICA dello stesso quotidiano…

“Oggi, per pubblicare le proprie opinioni, o poesie, o racconti, o persino romanzi, basta aprire un blog. Non costa niente, se non fatica e dedizione. Lo scambio di informazioni, di creatività, o semplicemente di parole, è vertiginoso. Nel frattempo, il mercato tradizionale del libro sta diventando sempre di più feudo di catene di negozi che vendono una gamma sempre più ristretta di titoli mediocri”.

Tim Parks

Written by omniaficta

10 gennaio 2010 at 16:14

L’inciviltà dell’immagine

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Quanto potrà durare? Non so se avete letto questo. Sono previsioni plausibili e nemmeno così apocalittiche, ma sembrano dirci che la parola scritta perde inesorabilmente terreno in internet. Presto tutti quelli che trovano “faticoso” scrivere, anche solo poche parole sgrammaticate, colonizzeranno il web con i loro video sgrammaticati, in compagnia di quelli che a scrivere e leggere non hanno proprio mai pensato. Se almeno questo fosse l’attacco decisivo alla televisione grandefraterna, allora si potrebbe anche gioire. Invece tutto si tiene insieme, come se ci fosse una sorta di “cartello” dell’inciviltà che marcia a grandi passi verso il dominio o la caduta.

Written by omniaficta

12 agosto 2009 at 15:42

Un blog non è un diario

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… e nemmeno una casa, una vetrina, una piazza. Il blog non è paragonabile a niente, potenzialmente è una dimensione inaudita della presenza mediata. Una dimensione che ci restituisce l’esperienza dell’esposizione, dell’essere esposti linguisticamente. Solo il blog che fa questa esperienza è inaudito. Tutto il resto è fuffa o informazione o strumentale esibizione di talento o rappresentazione di un sé parziale, eccetera (cose tutt’altro che secondarie e insignificanti, sia chiaro).
Qualcuno potrebbe dire che la scrittura non “espone”, non abbastanza, che non è affatto un volto ma solo una comunicazione. Non condivido questa idea. Perché confonde una difficoltà di riconoscimento (che è anche una difesa dall’impressione di scandalo che suscita) con una intrinseca impossibilità. Ma se il linguaggio-volto si può veramente realizzare, pur essendo un apparente paradosso, è solo per merito di un altro paradosso, quello che è stato chiamato l’intimo-pubblico. Che cos’è? Ma ancora prima, esiste? Provo a rispondere, per ora, solo a questa seconda domanda con due citazioni che sembrano particolarmente adatte a focalizzare il “luogo” di una dimensione intimo-pubblica.
Citazione 1: “(…) la comparsa del linguaggio e di tutto il contesto sociale dell’uomo, genera questo fenomeno inedito – per quello che sappiamo – della mente e della coscienza di sé, come l’esperienza più intima dell’essere umano” *.
Citazione 2: “la coscienza e la mente appartengono al dominio di accoppiamento sociale ed è lì che si realizza la loro dinamica” *.
* H. Maturana, F. Varela: L’albero della conoscenza. (traduzione di G. Melone). Garzanti 1987. I corsivi sono miei.

Written by omniaficta

15 febbraio 2008 at 11:08