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Autunno tiepido

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Marchionne dice che il conflitto sociale non ha più senso? Comodo per chi ha molti milioni di euro in tasca, no? Gli piacerebbe non dover trattare con nessuno se non con i suoi compari! Nessun problema, nessun prezzo da pagare. Per chi impone le proprie decisioni alla controparte indebolita dalla crisi è proprio comodissimo questo richiamo alla cooperazione asimmetrica. Ma il diretto interesse privato non è certo il motivo principale di critica delle nuove uscite del Marchionne. C’è ben altro.

C’è un capovolgimento logico. Si propone, come se fosse una virtù attuale e una prospettiva futura, il vizio originario del capitalismo: il paternalismo economico. Chi possiede risorse e le utilizza cerca il proprio interesse, ma nello stesso momento si propone come il garante dell’interesse generale, compreso quello dei lavoratori e dei consumatori. La vecchia e illusoria menzogna liberista, corretta alla luce della congiuntura commerciale chiamata “globalizzazione”: questo è il succo del discorso di Marchionne. Discorso pericoloso, tanto più adesso che le economie rallentano, riducendo di fatto gli spazi di contrattazione. Marchionne non sa nulla (come potrebbe?) della vita quotidiana di un operaio, di un precario, di un cassaintegrato. Se sapesse, non direbbe che occorre condividere i sacrifici. Di cosa sta parlando? Non si è accorto che le persone normali vivono nell’incertezza, non arrivano con lo stipendio a fine mese, regrediscono rispetto alla qualità della vita ottenuta in precedenza. Non si è chiesto come mai si vendono meno auto? Chissà che spiegazione si è dato! Comunque, questa cecità gli impedisce di vedere che mai come ora il conflitto è necessario. Naturalmente stiamo parlando di un conflitto “governato”, ovvero della capacità delle parti in causa di farne qualcosa di costruttivo. In altre parole, il conflitto di cui c’è bisogno è proprio il contrario di quello che sta facendo la FIAT. Ci vorrebbe innanzitutto rispetto per l’avversario e disponibilità a discutere e a negoziare (eventualmente anche attraverso fasi di lotta e prove di forza che non siano fini a se stesse). Poi occorrerebbe una responsabilizzazione della politica sulle regole del “conflitto”, ricordando che esse dovrebbero servire, in democrazia, a tutelare la parte più debole. Che è cosa ben diversa dal modo in cui in Italia si concepisce la “politica industriale” o la “politica del lavoro”. Quando finiranno gli intrecci perversi tra politici, banche, salottibuoni, multinazionali e così via? Quando si restituirà un minimo di garanzie a chi lavora? Perché è la politica a dover garantire l’interesse generale ed è esattamente quello che non sa più fare. E forse è anche per questo che un amministratore delegato si permette di occupare abusivamente questo vuoto.

Ora, mi sarebbe piaciuto ascoltare qualche esponente della sinistra dare una risposta qualunque, magari critica, possibilmente netta. Non ho avuto questo piacere. Ci saranno motivi ottimi per questa “prudenza”, ne sono sicuro, ma io non li capisco, non posso comprenderli e non voglio condividerli. Non voglio nemmeno conoscerli. Quello che so è che mi ha preso una specie di vergogna. Voi no?

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Written by omniaficta

28 agosto 2010 at 17:08

Berlinese

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"non era questo il suolo autenticamente fecondo?" (Walter Benjamin)

Written by omniaficta

16 agosto 2010 at 23:20

A cosa serve Sanremo?

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Una domanda apparentemente oziosa. Con molte risposte. La migliore è un post di caracaterina dove non si parla di mercato discografico, di fiori o di auditel. Si parla di noi (noi cittadini italiani).

Written by omniaficta

20 febbraio 2010 at 18:05

Trentuno dicembre

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A questo periodo dell’anno chiediamo di poter sperare. Qualcuno preferisce sparare e far rumore, non sempre con innocenti botti. Festeggiare può essere angosciante, in effetti. Ma c’è ancora chi prova ad attraversare questo tempo con la sobrietà di piccole gratificazioni: un sorso di vino mosso, qualche abbraccio, una lieve immotivata euforia. E la speranza. Una speranza propria ma non “privata”, qualcosa che ci completi e dia più significato alle nostre fatiche. Una meta che ci è sfuggita: è a portata di mano o forse ancora lontana. Un’aspettativa che ci ha reso impazienti. Non c’è altro. Ma vi sembra poco?

Written by omniaficta

31 dicembre 2009 at 16:16

Pubblicato su frammenti

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