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C’è tanta sofferenza al mondo

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Si lamenta, la dottoressa Maria Francesca Messina, con una breve lettera a Repubblica di oggi. Si lamenta come figlia di un professore universitario e come docente universitaria lei stessa. L’avrebbero additata, a mezzo stampa e TV (Annozero) come esempio di nepotismo accademico, una condizione esistenziale in cui non si riconosce.  Al contrario rivendica la possibilità che un figlio di professore abbia comunque sufficienti qualità per ripercorrere le orme paterne e farsi strada con il puro e semplice merito. E pone una domanda a conclusione delle sue considerazioni: “si ritiene che per i figli di professori universitari dovrebbe essere vietato accedere alla carriera universitaria?”. La domanda, nonostante una certa astuzia retorica fin troppo trasparente, merita una qualche risposta. E ovviamente verrebbe da rispondere che no, non dovrebbe essere vietato accedere. Però verrebbe poi da aggiungere che dovrebbe essere vietato accedere alla stessa università in cui insegna il padre o la madre. Non per cattiveria o per un perverso istinto antifamilistico, ma per un semplice motivo di etica istituzionale. L’università non è un’azienda familiare, una farmacia o uno studio legale. La “carriera” di un docente, in un’istituzione pubblica finanziata dallo Stato e dalle tasse degli studenti, non dovrebbe essere nemmeno sfiorata dal più piccolo sospetto di favoritismo, tantopiù se fondato su legami di parentela. State pensando che questa affermazione è forse la più ingenua che abbiate mai letto? Vi dico invece che essa è la richiesta minima che un cittadino dovrebbe avanzare nei confronti dell’università, perlomeno di un’università che abbia conservato un minimo di ideali e di principi. Capisco che questo “rigore” comporterebbe anche qualche sofferenza per i poveri figli dei professori, costretti ad emigrare in altre sedi o a diventare semplici avvocati, medici, architetti senza una cattedra. Ma ci sono molte università nel mondo e, a differenza di quelle italiane, assumono anche stranieri in gamba. E visto che tutti questi figli dicono di fare carriera per i propri meriti scientifici, non credo che avranno difficoltà a trovare un posto adeguato. Harvard, aspettali!

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Written by omniaficta

25 febbraio 2009 a 19:14

Pubblicato su etica

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3 Risposte

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  1. Tanto più che nella scuola pubblica non è che si insegna per forza nello stesso istituto dove hanno insegnato tua madre o tuo padre o uno qualsiasi dei tuoi parenti. Ma è vero che spesso accade negli ospedali, ad esempio. Mi sento di poter dire che è un italico vizio.

    pessimesempio

    25 febbraio 2009 at 21:50

  2. Una “virtù” più che un vizio, a guardare la morale corrente, una morale rovesciata in cui si rivendica un vantaggio privato come merito. Ormai il conflitto d’interessi è nelle cose, è un legittimo modo di stare in questa giungla in cui la legge che non ti piace la puoi ignorare o far cambiare, fingendo di non trarne vantaggio. Un costume antico, hai ragione, ma almeno una volta era nascosto perchè era evidente che faceva schifo, anche a chi ci sguazzava.

    omniaficta

    25 febbraio 2009 at 22:19

  3. Infatti. Mi pare che oggi invece si debba quasi nascondore chi non lo pratica. O comunque si ha quasi pudore ad insegnare la virtù contraria.

    pessimesempio

    27 febbraio 2009 at 08:45


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