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A Far Country

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change we need

change we need

As we consider the road that unfolds before us, we remember with humble gratitude those brave Americans who, at this very hour, patrol far-off deserts and distant mountains. They have something to tell us today, just as the fallen heroes who lie in Arlington whisper through the ages. We honor them not only because they are guardians of our liberty, but because they embody the spirit of service; a willingness to find meaning in something greater than themselves. And yet, at this moment — a moment that will define a generation — it is precisely this spirit that must inhabit us all.

For as much as government can do and must do, it is ultimately the faith and determination of the American people upon which this nation relies. It is the kindness to take in a stranger when the levees break, the selflessness of workers who would rather cut their hours than see a friend lose their job which sees us through our darkest hours. It is the firefighter’s courage to storm a stairway filled with smoke, but also a parent’s willingness to nurture a child, that finally decides our fate.

Our challenges may be new. The instruments with which we meet them may be new. But those values upon which our success depends — hard work and honesty, courage and fair play, tolerance and curiosity, loyalty and patriotism — these things are old. These things are true. They have been the quiet force of progress throughout our history. What is demanded then is a return to these truths. What is required of us now is a new era of responsibility — a recognition, on the part of every American, that we have duties to ourselves, our nation and the world; duties that we do not grudgingly accept but rather seize gladly, firm in the knowledge that there is nothing so satisfying to the spirit, so defining of our character, than giving our all to a difficult task.

 

This is the price and the promise of citizenship.”

Barack Obama

 

 

Ho riletto decine di volte il discorso del giuramento di Obama. Mi piace, che posso farci? Nella traduzione e nell’originale. Naturalmente l’originale è migliore, sembra (ed è) più solido e più “accurato” delle frettolose traduzioni giornalistiche. Per questo ve ne propongo un brano in inglese. Non tanto per questo, in realtà. Come vedete, ho evidenziato alcune parole con il grassetto. Il perchè si capisce. Sono i valori e le virtù di cui è intessuta questa parte del discorso, anche se non solo questa. Valori e virtù “di sinistra”, di una sinistra che non si vergogna né del proprio retaggio, né delle proprie speranze.

Si potrebbe poi discutere su ciascuno di questi richiami, ma resta il fatto che il cuore del discorso è questo. Ed è esattamente questo che manca qui, da noi. Si potrebbero anche proporre altri valori, altre virtù, anzi in parte sarebbe necessario farlo. Perchè non sono mica questioni che si possono copiare dai libri o dai discorsi altrui; queste cose occorre anche saperle cercare e costruire attorno a noi e in noi. Occorre ricordare che Obama e i suoi hanno scarpinato per il paese ad ascoltare e a elaborare tutti i problemi, le idee, le preoccupazioni, i sentimenti che hanno raccolto per farne un insieme coerente di principi, valori, virtù e azione programmatica. In Italia, a sinistra, ho visto due soli politici di rango riuscire almeno in parte a ripercorrere questa strada: Nichi Vendola e Renato Soru. Ho scritto in parte perchè anche Soru e Vendola, come altri esponenti di sinistra, non hanno saputo trovare un terreno comune sufficientemente solido per unire attorno al loro progetto un’ampia coalizione di forze. Mi sembra che cerchino piuttosto di imporre una visione, per quanto convincente, invece di elaborarla attraverso il coinvolgimento di quanti hanno qualcosa da dire. Naturalmente non credo che sia possibile importare in modo passivo la ricetta di Obama. Mi piacerebbe invece sentire qualche riflessione che prenda le mosse dal desiderio di imparare da questa sorprendente esperienza. Non mi pare che qualcuno abbia iniziato a confrontarsi onestamente con una vittoria che ci spiazza tanto quanto ci affascina.

 

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Written by omniaficta

2 febbraio 2009 a 21:32

Pubblicato su contraddetti

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28 Risposte

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  1. Col mio solito “tatto” (stavolta spero di no), vorrei dire la mia: Io credo che il Presidente Obama sia stato anche un po’ facilitato dal fatto di avere una “platea” più compatta. Questo non per sminuire il suo operato che dev’essere solo lodato, ma da noi, credo, ci sia troppa divisione(in tutti i campi, pratici e morali); la mia sensazione è che i nostri politici siamo in continua lotta, impegnando le loro forze, alla forsennata ricerca di una “colpevolezza” o un errore del loro antagonista, dimenticando che c’è un popolo che li guarda e che purtroppo prende esempio (ma poi chiede il conto). Certo non intendo che sia meglio l'”omertà”, ma oggi mi sembra troppo! Credo (se questa mia sensazione è condivisa), che la causa scatenante sia stata probabilmente, la passata, troppo repentina e forse anche troppo teatrale “decapitazione” dei maggiori Leader (mani pulite), che in qualche modo ci ha fatto allontanare dalla politica. Parlo meramente da elettore e per dirla breve dovrebbero cominciare a fare “buone azioni”; apparirci come “Angeli” e non far apparire “diavolo” l’avverso segno (appare più una scusa alla loro inettitudine). Questo è il mio modo di vedere il “confrontarsi onestamente”.

    blogantropo

    9 febbraio 2009 at 00:32

  2. Gli aspetti che segnali ci sono, eccome, ma non sono sicuro che siano solo un ostacolo. In fondo potevano essere considerati come un’opportunità. Anche Bush è stato un politico decisamente “proiettivo”, tutto teso a costruirsi un nemico malvagio (sia interno che esterno). Ma gli americani si sono stancati di questa drammatizzazione troppo lontana dalla loro realtà. Gli italiani pare che non si siano ancora stancati della farsa che anche in queste ore agita la politica. Perchè?

    omniaficta

    9 febbraio 2009 at 23:19

  3. Io purtroppo non conosco bene la realtà americana e quindi potrei anche sbagliare, credo che la loro sia una “civiltà” relativamente recente; pur se provenienti da diverse parti del Globo, sono accumunati da un unico scopo e cioè quello della formazione di una nuova Nazione, quindi a mio avviso più uniti, almeno negli ideali. Al contrario Noi proveniamo da differenti realtà storiche anche molto radicate per cui il compito di unificazione è più arduo, o per lo meno non ci viene semplificato quando assistiamo alle continue “liti” di chi invece dovrebbe guidarci ed essere da collante nei tanti “campanili”. Tant’è che noi abbiamo una politica a 360 gradi i cui opposti in apparenza diversi ma in realtà molto simili tra loro, formando un cerchio di cui non si capisce bene dove comincia e dove finisce; oggi si entra in una certa angolazione, domani ci si ritrova al lato opposto. Rifacendomi al post precedente, è vero che manca una religione “civile” che ci leghi, ma è pur vero che non abbiamo (mannaggia) Leader carismatici che ci illuminino.

    blogantropo

    10 febbraio 2009 at 01:35

  4. Sono abbastanza convinto che il carisma non sia tutto e che abbiamo leader poco attrattivi e “illuminanti” per la scarsa qualità dell’aggregazione politica e l’inconsistenza del dibattito “civico”.
    Ma forse mi sbaglio.

    omniaficta

    10 febbraio 2009 at 19:49

  5. Io probabilmente, sono il meno indicato a poterle dare torto, ma immagino che ognuno di noi vede le cose secondo un’ottica imperniata sulle proprie vicissitudini, nel mio caso, nei 36 anni “dati” (mi piace dire così, ma naturalmente sono stati “ricompensati”) allo Stato, mi sono ritrovato in situazioni “di piazza” dove il mio operato veniva a dir poco dileggiato, ma non per questo è venuto meno il mio “ardore” per la Patria. Personalmente non credo (e il più delle volte ce n’è riprova) che il “politico” abbia il coraggio di prendere decisioni che indubbiamente apporterebbero benefici alla comunità ma che comporterebbero (come solito se si vuole raggiungere uno scopo) dei sacrifici, e quindi una perdita di consensi. Un dialogo o un dibattito “civico”? In teoria certamente. ma in pratica? Penso che il Poliziotto continuerà ad essere dileggiato dalla “Piazza”. E il politico? avrà il coraggio di schierarsi dalla parte dello Stato? Riuscirà a spiegare che oltre agli innegabili diritti ci sono degli “spiacevoli” doveri? Naturalmente è un mio pensiero personale, e, giusto o sbagliato che sia ci tengo a dire che è fatto in perfetta buonafede, per cui credo dovrebbero essere i politici a relazionarsi col cittadino e non viceversa. Rimango comunque, col mio incosciente ottomismo!

    Blogantropo

    11 febbraio 2009 at 00:39

  6. Grazie per il suo intervento che apprezzo molto. Le colpe dei politici sono queste che dice e molte altre, alcune anche più gravi. Ma resta il problema su cui mi interessa riflettere. Se non ci vogliamo rassegnare, che cosa potremmo fare o immaginare o desiderare per il nostro Paese? Pensiamo a questo. I politici non piovono dal cielo. Vengono selezionati nelle organizzazioni (di almeno uno si può dire che si è selezionato da solo!), si candidano, vengono eletti dai cittadini. Alcuni sono cooptati per portare le borse, ma quelli che contano devono entrare in relazione con i cittadini. Per questo non credo che ci possiamo assolvere (non noi presi singolarmente ma noi come tutti i cittadini italiani con diritto di voto). Non che abbia molte risposte, ovviamente. Mi sembra solo che di questo si debba dibattere con franchezza, ecco tutto.

    omniaficta

    12 febbraio 2009 at 11:32

  7. “Naturalmente l’originale è migliore, sembra (ed è) più solido e più “accurato” delle frettolose traduzioni giornalistiche.”

    E difatti: non siamo neppure preparati a gestire questo tipo di linguaggio. Prima ancora dei valori e delle virtù, prima ancora delle visioni e delle visions, quello che mi stupisce è che nessuno si sia reso conto che siamo di fronte a una forma “alta” di discorso, a una raffinata sintassi e a un’oratoria perfetta. Questo discorso parla alla mente: non alla pancia e, mi dispiace, nemmeno al “cuore”. Sbagliamo a cercare sempre le “ragioni del cuore”: la politica è uno di quei campi in cui la gente vuole (pretende) discorsi “alti” – alti intellettualmente, raffinati efficaci e ben congegnati, che denotino rispetto per l’intelligenza delle persone, di qualunque ceto sociale e grado di istruzione esse siano. Quindi stiamo attenti quando pensiamo che un uomo politico debba essere semplicemente “espressione” di sentimenti e aspettative – specialmente quando i sentimenti e le aspettative popolari sono confusi o non precisamente commendevoli, come in Italia: il politico di cui abbiamo bisogno non dovrebbe essere espressione del popolo che si accinge a governare, ma essere intellettualmente migliore di lui.

    untitled io

    17 febbraio 2009 at 18:41

  8. …e quindi non è questione di “carisma”, o almeno non nel senso sentimentale che diamo noi alla parola: pure la figura del leader carismatico da noi finisce sempre nel calderone di quell’immaginario “de core”, a noi così caro.

    untitled io

    17 febbraio 2009 at 18:59

  9. In questo caso si formerebbe un “elite” a mio avviso lontana dal popolo e dai suoi bisogni “reali”, insomma proprio l’opposto di ciò che intendevo io; e poi, perdoni l’ardire, l'”ardore” che che io ravviso nelle sue parole non è forse dato dal “cuore”?

    Blogantropo

    18 febbraio 2009 at 10:41

  10. sì è dato dal cuore, ma è un ardore che da solo non basta (è una cosa che ho imparato da poco mi ci devo abituare). Comunque il ceto politico è sempre stato, in qualche modo, un’élite, non foss’altro che per il fatto di manovrare quegli strumenti istituzionali (della democrazia, certo) ai quali il popolo dei governati non ha accesso diretto (non sarebbe democrazia rappresentativa sennò). Elite per élite, quindi, non sarebbe meglio ragionare sulle qualità necessarie a un politico, invece di incartarci a ragionare intorno alle “virtù” (mancate, non bene espresse, dubbie eccetera) di un popolo? o pensiamo davvero che il popolo americano sia composto esclusivamente da eroi tutti impregnati di quei valori, e che obama sia stato davvero partorito dall’espressione collettiva e convinta di quelle “virtù”?

    untitled io

    18 febbraio 2009 at 12:55

  11. Veramente, unts, anch’io avevo come fuoco (come “ardore”?) del discorso le qualità del politico, come persona che si impegna a rappresentare interessi collettivi. Non credo proprio che gli americani abbiano tutti quei valori che elenca Obama, ma sono certamente i valori a cui la maggioranza degli americani vorrebbe affidarsi, a cui vorrebbe affidare il senso dello stare insieme su un pezzo di terraferma. La qualità necessaria a un politico è dunque, prima di tutto: saper fare questo lavoro “intellettuale” che è l’ascolto, il coinvolgimento, l’elaborazione di un significato condiviso.

    omniaficta

    19 febbraio 2009 at 10:03

  12. capace di elaborare ciò che ascolta, sì. Un po’ diverso, però, dall’elaborare “attraverso il coinvolgimento di quanti hanno qualcosa da dire”. E’ il coinvolgimento che un po’ mi turba insomma, s’è capito. Immagina se questo ipotetico politico dei nostri sogni ci “coinvolgesse” davvero: me, te, blogantropo e tutti quanti noi che siamo tutti di sinistra e abbiamo tutti “qualche cosa da dire”, almeno stando alla profusione di idee opinioni e sentimenti che scaraventiamo qui. Dico davvero. Senza contare quelli che non hanno niente da dire, che sono tanti e devono essere governati anche loro. Quindi un politico che sappia ascoltare, eventualmente anche i silenzi. Forse meglio: che sappia osservare.

    untitled io

    19 febbraio 2009 at 11:13

  13. In effetti credo che ognuno di noi, anche se con idee apparentementi divergenti, alla fine desideri le stesse cose: Una vita dignitosa, un lavoro che soddisfi e sopratutto una serenità psicologica. Purtroppo la politica come è intesa oggi tende ad accontentare le molteplici “fazioni contestatarie” senza accorgersi della moltitudine di persone che hanno posto le loro speranze nel voto, che il più delle volte vengono dimenticate. Forse uno slancio alla politica lo potrebbe dare proprio il riavvicinamento a questa gente “umile”, che non si fa “sentire”.
    Untitled, per me essere considerato di sinistra è un onore, ma sono troppe le cose che mi distanziano da essa. Naturalmente, come dicevo prima, il fine è sempre lo stesso: “Una civiltà da condividere”.

    Blogantropo

    19 febbraio 2009 at 11:28

  14. Il coinvolgimento si può declinare in molti modi. Facciamo un esempio. Qui a Genova si discute della gronda autostradale. Il Comune ha avviato il “dibattito pubblico” alla francese, dicono. Bene. Come sta andando? Male. Perchè si sta riducendo alla illustrazione dei vari progetti da parte della Società Autostrade, con pochissimo spazio per chi ha delle critiche o dei quesiti da porre. A Voltri, dopo il “dibattito”, la popolazione presente ha bloccato il traffico inferocita per il modo in cui è stata condotta la faccenda. Questo non è coinvolgimento, ovviamente. Qui non si tratta di fare un referendum, attenzione, ma di prendere una decisione dopo aver accolto, nei limiti del possibile, le richieste di chi è coinvolto di fatto prima ancora che di diritto. Insomma, il coinvolgimento non è concessione benevola e iiluminata, non è cooptazione intellettuale, non è demagogica chiamata a rituali preconfezionati. E’ piuttosto una costante attenzione a non sprecare le opportunità di partecipazione autentica. Non occorre andare lontano. Basta pensare al modo in cui la sinistra (tutta) usa la rete.

    omniaficta

    19 febbraio 2009 at 12:25

  15. So per esperienza diretta che “vivere” certe realtà è ben differente che “discuterle” da lontano, come nel mio caso per la “gronda del ponente” di cui nemmeno sapevo. Ho fatto subito una frettolosa ricerca ma il risultato alla fine, per me è sempre lo stesso e cioè che l’opera va si discussa, ma da persone competenti e del settore. Nella mia immaginazione (sarà forse una mia deformazione), vedo già il “politucolo” di turno che per portarsi sui “media” “aizza” quelle persone che già di loro non aspettano altro per inveire contro una società che (essi) ritengono non idonea alle loro aspettative (che poi alla fine nemmeno hanno le idee chiare al proposito). Insomma io ritengo che sarebbe il caso, oggi, che ognuno si prenda le proprie responsabilità, nell’ambito della propria professione, il politico faccia “politica” e l’ingegnere costruisca “opere”, nell’ambito del rispetto reciproco e nella ricerca di una migliore vivibilità. Personalmente mi fido dell’uomo, forse dovremmo sforzarci a crederci ancor di più. Credo, alla fine, che col “fare” si hanno sempre delle critiche. Il non “fare” forse è più comodo per tutti, ma non ci da nulla.
    Mi rendo conto che mettere su quattro righe vicende come queste, mi fa apparire “freddo e cinico”, daltronde forse lo sono…. o lo sono diventato.

    Blogantropo

    19 febbraio 2009 at 15:16

  16. Le dirò, Blogantropo, che “gli esperti” vivono tutti bel distante dal percorso della gronda. Chi invece ci vive non ha certo bisogno di un politucolo di turno per rendersi conto di dover accettare un sacrificio per il bene comune. Tuttavia è un cittadino come gli altri, non un cittadino di serie B. Secondo me ha tutto il diritto di chiedere: 1) di poter dire la sua; 2) di essere ascoltato con rispetto; 3) di poter fare richieste ragionevoli (dal proprio punto di vista); 4) di associarsi con altri per portare avanti idee e programmi più generali; 5) di incazzarsi se i punti 1-2-3-4 non vengono tenuti in considerazione dalle Istituzioni.
    Mi creda, la gronda si farà, comunque. Ma quanto sarebbe bello se le persone che sono interessate direttamente al progetto potessero dire: ho partecipato, ho dato qualcosa, ho avuto qualcosa. Mi spiego? Per dei cittadini che in parte verrano espropriati del loro “mondo”, non mi pare che sia chiedere troppo. Ecco, secondo me la politica non è solo decidere quello che si deve fare o non fare, è anche capacità di fare (o non fare) con fair play, lealtà, gentilezza e spirito di servizio, per usare le parole di Obama.

    omniaficta

    19 febbraio 2009 at 16:49

  17. Parli come se il politico che dovrebbe farsi carico di tutti questi punti da 1 a 5 fosse UNO SOLO. Non è così ovviamente: i latori delle istanze locali sono, tanto per dire, i sindaci. Più sindaci, di orientamenti politico diverso e tutti democraticamente eletti. Poi c’è la provincia e c’è la regione, democraticamente eletti. Poi ci sono i ministeri: alle infrastrutture e all’ambiente, di un governo democraticamente eletto (che disgraziatamente, per quanto riguarda le grandi opere, non è mai lo stesso ma cambia ogni paio d’anni). Non è questione di dire che solo gli esperti hanno la parola: è che gli esperti vengono pagati (dai governi), e un insieme di privati cittadini non potrebbe elaborare progetti alternativi (cioè almeno di pari forza) se non assumendosi l’onere di pagarli (il che è palesemente impossibile, manco se tutti i cittadini espropriati si mettessero insieme e facessero una gigantesca colletta ci riuscirebbero), oltre che palesemente assurdo.
    Scusa se l’ho messa giù un po’ a spanne, ma sei tu che hai preso a esempio una questione enorme e complicatissima.

    untitled io

    19 febbraio 2009 at 17:48

  18. Del discorso obamiano a me piace l’ultima parte,quella della responsabilità verso noi stessi, la nazione, il mondo (vabbè, so’ ‘mmericani) e la convinzione che questa responsabilità sia il prezzo da pagare in cambio della grande speranza (la promessa) che ti dà l’essere cittadini, ovvero abitanti “privilegiati” (perchè, se guardiamo lo stato del pianeta, lo vediamo che di privilegio si tratta) di un paese democratico.
    La democrazia rappresentativa, con tutto quello che ad esempio unts richiama nel caso specifico delle grandi opere(ma potremmo parlare delle questioni etiche, della questione del lavoro e chi più ne ha più ne metta), è un guscio vuoto senza la responsabilità. Responsabilità di ciascun attore democratico verso tutti gli altri.
    La responsabilità è effettivamente un valore, ed è una virtù. Ma non è un frutto spontaneo: va coltivata con tutta la tecnica istituzionale e giuridica di cui siamo (dovremmo essere) capaci.
    E’ chiaro che, restando all’esempio della gronda o di altre simili questioni, i cittadini non possono mettere in campo le stesse risorse economiche e/o tecniche degli enti pubblici. Ma questo potere economico, ovviamente legittimo e necessario, non esime i nostri rappresentanti e amministratori a cui abbiamo delegato le decisioni politiche e amministrative, dall’essere responsabili nei confronti dei cittadini, e non solo a cose fatte, non solo elettoralmente, ma in corso d’opera, in una sorta di flusso politico continuo.
    D’altronde, viviamo nel flusso continuo, alluvionale e multidirezionale di informazioni, moltiplicato in maniera esponenziale e polverizzato da internet, e non si capisce perchè, proprio a livello di politica, questo flusso dovrebbe venir strozzato da un sistema di deleghe non coinvolgenti.
    Imparare a gestire questo flusso da parte di tutti gli attori democratici in maniera adeguatamente responsabile credo che sia la sfida del futuro, tanto prossimo da essere già praticamente presente.
    Per ora, questo apprendimento non sta dando buoni frutti, almeno in Italia. Da una parte abbiamo un “padrone delle ferriere comunicative” che, fregandosene della responsabilità, il flusso lo incanala lui (e non sto facendone la solita questione dipietresca-grillesca & C.), dall’altro abbiamo masse di persone – compresi gli esponenti politici che stanno dando di sè la pessima prova che vediamo – che, pur volendosi sottrarre all’incanalamento, non sanno che fare.
    In questo senso, proprio in questa faccenda della gronda, al di là di ogni questione tecnica o di merito, in cui non è il caso di entrare adesso, il comune di Genova sta tentando, sebbene goffamente, un’operazione di trasparenza e di coinvolgimento che è molto nuova e, secondo me, apprezzabilissima.
    Almeno così io valuto l’apertura di questo sito, con tanto di forum e annessi e connessi:
    http://urbancenter.comune.genova.it/spip.php?rubrique7068

    Insomma, non ci sono più solo il parlamento, le sedi consiliari, i teatri, le piazze, le tivvù, i luoghi di lavoro a ospitare la democrazia. Ma è proprio a questo e al nuovo modo di responsabilità che questo comporta che dobbiamo ancora davvero abituarci.

    caracaterina

    19 febbraio 2009 at 20:24

  19. In uno stato democratico i cittadini hanno diritto
    di fare politica dove vogliono.
    Anche su internet.
    http://vesuvionline.ilcannocchiale.it/post/1847717.html
    Mi permetto questo link al riguardo della politica del “non fare”.
    Premetto di essere un cittadino di Trecase, comune alle falde del Vesuvio, da dove inizia una strada, l’unica che porti fino al cratere. Questa strada è in disuso da circa 30 anni per mancanza di manutenzione. Sono anni che verie autorità politiche ne promettono la riapertura. Provate ad immaginare i benefici per la popolazione vesuviana in fatto di turismo. Alberghi, ristoranti, negozi ecc.
    A volte ci tengono “buoni” paventando un “presunto” intervento della camorra, in altre occasioni c’è la scusa “ambientalistica”, fatto sta che ad oggi, 19 febbraio 2009, la strada è ancora chiusa e i “vesuviani” vivono comunque in un degrado ambientale (“monnezza” per capirci).
    E’ capitato, a me, Poliziotto con passione, d’aver pensato anche se per un’istante: ”meglio in mano alla camorra che questa politica (perché a questo punto non ne vedo la differenza)”.
    Discutere? Certo, ma di cosa?
    Mi dispiace, parlare di “politica” forse non è proprio il mio forte!!

    Blogantropo

    19 febbraio 2009 at 21:56

  20. Una questione enorme, unts, hai ragione. Un esempio che mi è venuto in mente perchè è vicino e attuale. Tu dici, queste cose vanne fatte nelle sedi preposte. A decidere sono persone elette democraticamente. Va bene. Però è proprio questo che non va. Anche blogantropo si lamenta giustamente degli effetti “perversi” di una concezione riduttiva della democrazia. Io, per esempio, so che Berlusconi è stato eletto, ma non mi si può chiedere di guardare con distacco a quello che decide in attesa che uno con le mie idee vada al potere. Mica è così che funziona. Io non delego al politico (democraticamente eletto) tutto proprio tutto. Se il politico ha una fetta di potere ha anche una fetta di responsabilità e questa non vale solo in campagna elettorale, ma sempre e comunque. Non ha (il ministro, il sindaco, il governatore ecc.) la “sovranità”, ma solo una temporanea funzione regolata dalle Leggi.
    Lo so, forse io sopravvaluto il semplice cittadino. Forse è la nostra Costituzione a farlo. Forse dovremmo (e forse dovremo) meritare di più la nostra libertà.

    omniaficta

    19 febbraio 2009 at 22:31

  21. no non è vero che “è proprio questo che non va”. In un paese democraticamente maturo dovrebbe andare così eccome, quello che dici tu (l’eternamente necessaria mobilitazione del cittadino, l’ansia costante di dover vigilare e correggere la barra al navigatore, sempre a giochi fatti) non è partecipazione è politica vicaria.

    untitled io

    20 febbraio 2009 at 07:35

  22. Non la vedo così, tutta questa faccenda. Non mi piace il cittadino “guardiano” che finisce poi con il sembrare ed essere contro chi ha il potere. Non mi piacciono, ad esempio, né Travaglio né Grillo. E non mi sento in ansia più di quanto non sia necessario. Quando hanno avuto la brillante idea di permettere la denuncia dei clandestini da parte dei medici, c’è stata una reazione decisa. E hanno dovuto tenerne conto. Certo, sarebbe stato più serio chiedere prima, che so, a qualche presidente dell’Ordine dei Medici o ancora meglio a chi cura i migranti. Un coinvolgimento ben fatto, sensibile al contesto e tempestivo, avrebbe evitato perdite di tempo e brutte figure, oltre al peggioramento del clima sociale. E questo vale anche per le grandi opere, per gli inceneritori, per le discariche, per le zone a traffico limitato ecc ecc. Ciò che rallenta “il fare” è proprio l’idea che queste decisioni possano essere prese in un ambito tecnico-politico (o peggio nelle segrete stanze di segreterie varie e nelle riunioni clandestine di poteri forti) e poi imposte come cose buone e giuste. Il discorso è diverso se si pensa che siano scelte “indispensabili”. Voglio dire che, a volte, si deve decidere e basta.
    Insomma, si tratta di adottare o meno uno stile di rapporti tra Istituzione e cittadino, come anche tra Partito ed elettore, che sia coerente con principi e valori a cui esplicitamente ci si richiama. Invece non succede, nemmeno a destra, dove il liberalismo è ormai una vuota parola. E a sinistra? Dobbiamo guardare alle manovre correntizie e al depauperamento del patrimonio ideale senza dire niente? Non dico tu ed io, ma tutti. Noi, gli ansiosi.

    omniaficta

    20 febbraio 2009 at 12:10

  23. sì, sto capendo. Solo, vedi com’è complicato?, in quel caso i governanti non hanno fatto altro che cercare di farsi interpreti delle idee bacate dei propri elettori. E poi nel caso che dici, in assenza di un’opposizione parlamentare sufficientemente forte, la vera opposizione dura l’hanno fatta i medici, che si sono rifiutati di rispettare una norma del genere, più che i tanti privati cittadini che hanno dichiarato con mille mezzi di non essere d’accordo e basta. Per chiarire: se fossi stata un medico mi sarei impegnata pubblicamente a non applicare quell’iniqua norma, ma da privata cittadina non sono andata a manifestare. Insomma a ognuno il suo, non appena gli capita l’occasione di poter “fare”: questo mi convince assai di più che manifestare ovunque in forma generica (non fattuale) il proprio dissenso teorico.

    untitled io

    20 febbraio 2009 at 13:12

  24. Sono daccordo in linea generale, un po’ meno sulle “idee bacate”, nel senso che di per se quella regolamentazione sul “clandestino” non è affatto discriminante messa in un contesto sociale democraticamente funzionante. Ma c’e un’altro aspetto su quanto diceva prima omniaficta riguardante gli inceneritori e le discariche, naturalmente parlo della “mia” Campania, ed è quello dell’urgenza dei primi e l’inesorabile fatale realtà delle altre. Per farne a meno dovremmo cambiare completamente il nostro stile di vita che è quello moderno “consumistico”. Anche qui occorre sicuramente una linea politica forte e decisa, pur consapevole di un non totale consenso (sarebbe chiedere troppo). Alla fine, credo, è il risultato che conta, purchè si faccia qualcosa.

    Blogantropo

    20 febbraio 2009 at 14:24

  25. pensavo, blogantropo, a quanto quello che scriviamo risenta parecchio (oltre che del lavoro che ognuno fa, come dice giustamente caracaterina di là nel suo blog) anche della nostra collocazione geografica. E che alla faccia dei più consolidati stereotipi, è buffo che qui dentro siano proprio i due meridionali (cioè io e te) a calcare l’accento sul fare piuttosto che sul discutere. Buffo ma non senza ragione ovviamente – e penso che la parola “fare”, nei nostri discorsi, abbia una sfumatura molto peculiare. Intorno a questa cosa mi piacerebbe ragionare con calma e senza dire banalità, ma non è facilissimo.

    untitled io

    20 febbraio 2009 at 17:08

  26. Se inizi a parlare non la finisci più, quindi comincia dalla fine.
    Le ho rubato questa frase con la quale concordo in pieno.
    Elezioni: I Candidati “contrattano” con gli elettori, i quali, considerate le varie opzioni, scelgono la linea politica a loro più congeniale.
    Dopo elezioni: L’elettore ha “fatto”, altro non può.
    L’eletto dovrà “fare” ciò per cui ha avuto il consenso.
    I “contratti” svaniscono (non so al nord ma al sud è così)
    Non ci sono ne se ne ma, l’eletto non ha nessuna scusante, se non l’inettitudine.
    Mi dispiace, sono ex militare, ma è tanto sbagliato?

    Blogantropo

    20 febbraio 2009 at 18:02

  27. Mi dispiace, non intendevo essere scortese con nessuno.

    blogantropo

    22 febbraio 2009 at 20:00

  28. Scusate se non sono più intervenuto ma sono stato senza computer per 3 giorni (sono stato in gita, diciamo). Non devi scusarti, blogantropo, non sei stato affatto scortese. Credo che sia necessario essere chiari e magari anche un po’ rudi, se occorre, ma è importante capirsi, in fondo. E mi sembra che alla fine qualche positiva chiarificazione sia venuta fuori. Grazie, a tutti.

    omniaficta

    22 febbraio 2009 at 21:25


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