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Storytelling

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 Ho faticato non poco a portare a termine la lettura del libro di Christian Salmon “Storytelling – la fabbrica delle storie”, tradotto da Giuliano Gasparri e pubblicato da Fazi Editore. Ed è strano perché il tema è tra quelli che mi interessa di più, anche professionalmente. Ma in realtà non è poi tanto strano, visto che il libro promette molto e mantiene poco. In sintesi, si tratta di una rassegna di esempi arricchita da innumerevoli citazioni, un po’ alla maniera delle tesi di laurea, sui guasti reali o presunti dello storytelling ovvero di quelle tecniche che utilizzano strumentalmente la narrazione per scopi pratici. Tra questi scopi vi sono – tra gli altri – l’addestramento dei dipendenti, la vendita di prodotti (non necessariamente materiali), la presa e il mantenimento del potere politico. Un tema fondamentale, non c’è che dire. Ma Salmon perde l’occasione per dare il quadro coerente di un fenomeno che risulta troppo complesso per essere illustrato senza un’idea forte del perché accade tutto questo. Un’idea che non c’è. C’è un senso critico verso i “poteri” che si sono appropriati dello storytelling, ma tutto si esaurisce nella presentazione di esempi negativi che mettono in luce l’inganno e la manipolazione ai danni dei cittadini, dei lavoratori e dei consumatori. Troppo poco per essere efficace. Ad esempio, nel libro quasi mai si affronta la prospettiva di un “conflitto di narrazioni” che sarebbe un buon modo di illustrare miracoli e misfatti dello storytelling. Non si accenna nemmeno all’uso non strumentale delle narrazioni che permettono ad una comunità di rappresentarsi identitariamente. Insomma, mancano una serie di aspetti della questione che sono indispensabili per fare un discorso veramente critico.
Ma andiamo per ordine. Di cosa si sta parlando? Dell’appropriazione di tecniche e di saperi “narratologici” da parte di grandi organizzazioni (aziende, partiti, istituzioni) che li hanno utilizzati per i propri scopi. Occorre premettere allora che la svolta narrativa inizia nelle scienze umane (e visto che Chicago è di moda ricorderei che proprio la città di Obama è stata una protagonista di questa svolta) verso la seconda metà degli anni settanta, poi viene estesa e applicata ad altri contesti: giurisprudenza, medicina, economia, politica. Insomma, non è l’invenzione di qualche cinico consulente, ma un confuso e vasto campo transdisciplinare che ha dilagato nelle università e nei media di mezzo mondo prima di giungere nelle mani del potere economico e politico.
A pag. 101 troviamo una citazione – di seconda mano – di Peter Brooks (l’autore del fondamentale “Trame – intenzionalità e progetto nel discorso narrativo”, Einaudi), che è interessante perché sembra centrare poco con quel che Salmon sta illustrando e per questo appare “sintomatica”, come un lapsus, di una cecità dell’autore. Scrive Brooks: “Credo che questo uso abusivo [della nozione di racconto] corrisponda a un riconoscimento tardivo del ruolo che la narrazione svolge nella nostra maniera di organizzare l’esperienza del mondo, uno degli strumenti cognitivi che abbiamo a disposizione e che è stato a lungo trascurato dagli psicologi e dai filosofi”. Salmon cita Brooks ma sembra non accorgersi nemmeno delle implicazioni di questa affermazione. E infatti non ci tornerà più, per tutto il libro. La cosa non è forse sfuggita a Wu Ming 2 che in un articolo pubblicato dall’Unità il 27.09.2008 (e ripreso da Carmilla) illustra bene i difetti del libro, in particolare una certa superficialità concettuale, quella appunto che impedisce a Salmon di vedere oltre i propri argomenti e materiali (peraltro non eccelsi).
Ha ragione Wu Ming 2 quando ricorda che le narrazioni, anche quelle strumentali, ci sono sempre state e continueranno ad esistere. Si potrebbe proprio dire che senza narrazioni non c’è cultura, anzi non c’è nemmeno la possibilità di una società complessa. Ebbene, questo contesto manca del tutto dal discorso di Salmon e indebolisce irrimediabilmente il suo “messaggio”.
Veniamo ad un esempio di questa debolezza. Salmon si dilunga per molte pagine sul caso della Enron, un’azienda energetica statunitense che ha ingannato a lungo clienti e investitori sulle reali condizioni dei propri bilanci. Questa società avrebbe utilizzato massicciamente le tecniche dello storytelling per restare a galla, cercando un profitto a breve termine a discapito della solidità e delle possibilità di affrontare il futuro. Poi, inevitabilmente, è fallita. Cosa ne deduce Salmon? “In un mondo razionale, questo fiasco esemplare avrebbe segnato la morte dello storytelling e delle sue virtù ipnotiche”. Tutto qui. L’insegnamento da trarne sarebbe che lo storytelling nasconde la verità e inganna la gente, quindi va abbandonato. Tutto qui? A me sembra che si sarebbe potuto dire anche qualcosa di più. Il “caso Enron” illustra esemplarmente lo scollamento abissale tra i dati di realtà e le rappresentazioni imputate allo storytelling. Il problema non è però quest’ultimo, ma il suo uso in mancanza di un’etica minima dei rapporti economici o almeno di regole di mercato efficaci e rispettate. Questo è il punto. Anche perché lo storytelling funziona bene se non menti (troppo) e se ne conosci i limiti. E la Enron non lo ha affatto usato bene e infatti (anche per questo) è fallita.
Insomma, dove ci porta questo discorso? A cercare di capire come possiamo imparare a difenderci dall’uso manipolativo, se non criminoso, di queste tecniche. Salmon non lo sa e infatti la pars construens del libro si limita a una paginetta con affermazioni “di vago sapore luddista”, come dice Wu Ming 2. E invece è essenziale sapersi difendere. Per riuscirci occorre però andare più in profondità nei processi dello storytelling. Per esempio, si potrebbe osservare che le narrazioni “false e manipolative” tendono a correlare passato e futuro, ignorando il presente ed eludendo le competenze dell’uditorio. La ragione è comprensibile: bisogna evitare di farsi smascherare troppo facilmente. Correlando passato e futuro esse vanno a occupare un’area di significati che il singolo non può agevolmente controllare e criticare, perché questa è sempre un’area di competenza comunitaria. Per questo, chi vuole controllare o influenzare i singoli attraverso i media ha bisogno d’indebolire i vincoli e la cultura della comunità d’appartenenza o, in alternativa, di farne un fondamento (apparente) delle storie “false” di cui si serve. Se queste osservazioni sono vere, allora si può capire anche dove si deve agire per un’efficace difesa nei confronti dei grandi manipolatori. Ma questa storia Salmon non la racconta. Ci mette solo in guardia, con l’atteggiamento di chi si accontenta di aver espresso il proprio accademico mugugno. Peccato che non basti saper riconoscere il male. Bisognerebbe anche saperlo combattere.
 

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Written by omniaficta

10 dicembre 2008 a 16:55

6 Risposte

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  1. Molto molto interessante. Grazie per aver segnalato questo post sul mio blog.

    Allemanda

    11 dicembre 2008 at 13:11

  2. @ Allemanda. Figurati, è stato un piacere. Grazie a te per la visita.

    omniaficta

    12 dicembre 2008 at 20:21

  3. Grazie per la recensione.
    PS: “Giuliano” Gasparri?

    blig

    13 gennaio 2009 at 11:36

  4. @ blig. Prego. E scusi l’errore del nome del traduttore. Nessuno è perfetto.

    omniaficta

    13 gennaio 2009 at 21:48

  5. Si figuri, l’ho scoperto qui 😉

    Lili

    21 gennaio 2009 at 14:52

  6. ottimo post. leggo proprio in questi giorni il saggio di Salmon, tuttavia non avevo ancora curiosato all’interno della critica. illuminante. ti dirò cosa ne penso, dopo averlo terminato.
    a presto.

    lorenzopellegrini

    12 aprile 2009 at 16:56


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