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Un blog non è un diario

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… e nemmeno una casa, una vetrina, una piazza. Il blog non è paragonabile a niente, potenzialmente è una dimensione inaudita della presenza mediata. Una dimensione che ci restituisce l’esperienza dell’esposizione, dell’essere esposti linguisticamente. Solo il blog che fa questa esperienza è inaudito. Tutto il resto è fuffa o informazione o strumentale esibizione di talento o rappresentazione di un sé parziale, eccetera (cose tutt’altro che secondarie e insignificanti, sia chiaro).
Qualcuno potrebbe dire che la scrittura non “espone”, non abbastanza, che non è affatto un volto ma solo una comunicazione. Non condivido questa idea. Perché confonde una difficoltà di riconoscimento (che è anche una difesa dall’impressione di scandalo che suscita) con una intrinseca impossibilità. Ma se il linguaggio-volto si può veramente realizzare, pur essendo un apparente paradosso, è solo per merito di un altro paradosso, quello che è stato chiamato l’intimo-pubblico. Che cos’è? Ma ancora prima, esiste? Provo a rispondere, per ora, solo a questa seconda domanda con due citazioni che sembrano particolarmente adatte a focalizzare il “luogo” di una dimensione intimo-pubblica.
Citazione 1: “(…) la comparsa del linguaggio e di tutto il contesto sociale dell’uomo, genera questo fenomeno inedito – per quello che sappiamo – della mente e della coscienza di sé, come l’esperienza più intima dell’essere umano” *.
Citazione 2: “la coscienza e la mente appartengono al dominio di accoppiamento sociale ed è lì che si realizza la loro dinamica” *.
* H. Maturana, F. Varela: L’albero della conoscenza. (traduzione di G. Melone). Garzanti 1987. I corsivi sono miei.

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Written by omniaficta

15 febbraio 2008 a 11:08

17 Risposte

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  1. Nell’intimo-pubblico non pubblico l’intimo. Che mi si presenta sempre e solo come “limite”.

    Matteo

    16 febbraio 2008 at 17:20

  2. mi stupisce non trovare una lunga serie di commenti a un post che solleva delle questioni così intense sui blog [così sembrano a me] /
    l’ho letto ieri, via untitled, e non son stata capace di tirar fuori dei pensieri chiari, in merito a quanto affermi /

    ma questo mi viene in mente – per ora:
    – intimo non significa sempre verità / è interno, radicato, quasi segreto ma non fornisce necessariamente un ritratto autentico / anzi, a volte l’intimo è sede di profonde contraffazioni del sè / sono nostre le più intime bugie, le più intime paure di mostrarsi, per esempio / dunque potrebbe trattarsi di un’esposizione illusoria – un'[auto?]mistificazione

    – inoltre, mi pare che quando scrivi dell’essere esposti linguisticamente scrivi di qualcosa di aleatoriao e non necessariamente identitario / una persona scrive, ma pochi sono coloro che passano realmente attraverso il linguaggio e lo “colorano” di sè / ed anche nel caso in cui la scrittura fosse identitaria, non basterebbe a restituire ciò che una completa esperienza sensoriale restituisce / a mio parere /

    ma forse sono andata fuori tema / forse ho capito altro da ciò che intendevi / in ogni caso il post mi è piaciuto, perchè ha messo in moto i pensieri /
    buona domenica / P

    parergon

    17 febbraio 2008 at 13:18

  3. @ Matteo, l’intimo, per come lo intendo, è sempre qualcosa di “dicibile”, altrimenti tutto il discorso rischia l’insensatezza. Oltre questo limite c’è un territorio, ma non coincide con l’intimo. Lo nutre, forse, e lo presuppone.
    @ parergon, il tuo commento meriterebbe un nuovo post (forse lo scriverò). Per quanto riguarda la “verità”, non posso che ribadire la metafora del volto. Il volto è vero? Dice la verità? Il volto è esposto, è rivelatore, è quello che ci fa dire, davanti allo specchio, “sono io”. Quello che fa dire agli altri: “sei tu”. Esiste un linguaggio verbale così? O solo la fisionomia e la mimica risultano così intimamente nostri e “pubblici”? (continua)

    omniaficta

    18 febbraio 2008 at 00:05

  4. forse per via della mia attività primaria, che è visiva ma anche legata a materiali fisici [la carta, la vernice, la colla, i colori], avverto pesantemente i limiti della comunicazione virtuale [che pratico da molti anni per via delle sue altre grandi potenzialità] /
    ma vi è nel toccare, nell’annusare, nel mangiare, qualche cosa di imprescindibile, che non riguarda solo la riconoscibilità, ma la godibilità reale di un’esperienza cognitiva /
    la verbalità è già diversa dalla scrittura, perchè me la immagino pronunciata e dunque sonora – fisica a suo modo / mentre la parola scritta, a meno che non viaggi verso di me sotto forma di epistola, di manoscritto, di costruzione cartacea, produce un penoso annaspare nel dubbio dell’immateriale, nell’incertezza di un’identità che non si concretizza /
    e comunque non siamo solo scrittura, anzi, mi verrebbe da dire che non siamo quasi mai scrittura [forse per questo ci rifugiamo nella parola scritta, per una fuga dalla realtà concreta, dallo scabroso della materialità, per riposare] …un po’ quello di cui scriveva pessoa nella citazione sul mio diario di ieri /
    un saluto e grazie per la risposta / P

    parergon

    18 febbraio 2008 at 11:28

  5. scusa – mi accorgo che sono spiegata solo in parte, quando ho scritto della godibilità /
    perchè andrebbe sottolineato il fatto [importante, a mio parere] che il godimento concreto, costruttivo, passa necessariamente attraverso la coercizione del reale, coercizione che tempera l’eccessivo condizionamento dell’immaginazione sull’esperienza, quello che si manifesterebbe [come succede così spesso in rete] sotto forma di una sproporzione autistica delle aspettative /

    parergon

    18 febbraio 2008 at 11:32

  6. Arrivo dopo che i commenti lasciati stanno percorrendo altre strade rispeto a quella che avrei voluto percorrere io, che non ha a che fare con il tema intimo-verità-immagine, anche se interessante.
    Io mi ero soffermata sull’inizio del post, sul ritornare periodico di molti di noi che scriviamo su blog sul tema della sua definizione, di cosa sia un blog. Mi pare che in questa domanda ci sia molto della natura del blog, che non è definibile attraverso le categorie a cui siamo abituati, è altro perchè nuovo, sia nelle modalità di scrittura sia nei temi che vengono trattati sia nel modo in cui vengono trattati proposti e letti.
    Buone cose.

    pessimesempio

    18 febbraio 2008 at 13:21

  7. @ parergon, la tua riflessione ci porta al cuore del nostro tema. Dici bene: la materia, la realtà di sostanze e strumenti vincolanti e sensorialmente “godibili”, tengono a bada le derive autistiche che invece sembrano dominare queste scritture senza limiti fisici, ma solo mentali. Ora, proprio questo “difetto”, secondo me, può essere sfruttato per produrre un’esperienza nuova. Qui si tratta proprio di sfidare la virtualità, di piegarla ad un’esigenza relazionale autentica, per quanto “mediata”.
    Non c’è materia, non c’è corpo? Questa scrittura (ma altri lo hanno detto prima e meglio) deve prodursi in un tentativo di farsi corpo e voce. Tentare una tangibilità. La lettura dovrebbe far sentire la presenza di “questa” voce. Ma tu mi chiederai: non stiamo confondendo e complicando cose semplici e chiare? Credo che per alcuni di noi si tratti di testimoniare e valorizzare un’esperienza della Rete opaca e complessa, rivendicarne il carattere agonistico ed esistenziale, contro ogni riduzione a fuga, a sospensione del reale.

    omniaficta

    18 febbraio 2008 at 19:35

  8. @ pessimesempio, naturalmente non intendevo definire il blog in quanto tale, ma il blog come possibilità, come percorso radicalmente inedito che alcuni ritengono possibile e persino irrinunciabile. Invece di pensare al blog come passatempo o socialnetwork o lavoro o trampolino di lancio, tutti modi per svalutare questo ambiente, io credo che possa avere un valore in sé, a certe condizioni.

    omniaficta

    18 febbraio 2008 at 19:13

  9. sai,
    non credo sia una questione di creare inutili complicazioni, forse perchè dubito che al mondo esista qualche cosa di semplice e chiaro, tantomeno la comunicazione virtuale 🙂
    ma devo pensarci meglio – per ora mi verrebbe da dire che solidificare, addensare queste forme di scrittura, significherebbe in certa misura privarle di una loro caratteristica primaria, vale a dire il valore effimero di una particolare leggerezza, forse vicina a una certa rapidità calviniana, azzardo [con i limiti e i vantaggi che ciò comporta] /
    ciò unitamente al fatto che una scrittura più densa e corporale implicherebbe una lettura, una percezione altrettanto impegnativa, e ciò si scontra con quelle che sono le modalità culturali [o sub culturali] di fruizione di questo strumento, e del web più in generale /
    per esempio – sempre facendo riferimento a ciò che faccio, ma solo perchè lo conosco meglio, non per egocentrismo – prendi la differenza tra un’elaborazione digitale e un disegno a grafite / non trovo giusto pretendere che le due cose si equivalgano, che diventino equipollenti dal punto di vista della densità / per via di strumenti e quindi di ambiti estetici diversi [ma non necessariamente separati del tutto, esiste a volte la possibilità di una sovrapposizione] i risultati possiedono pesi densità e definizioni differenti, peculiari / perciò, alcuni miei lavori sono visibili solo via monitor e non vengono stampati / altri addirittura solo in rete /

    ma sono parole, ed ancora confuse, forse un po’ conservatrici, lo ammetto / ci penserò ancora /
    un saluto / P

    parergon

    19 febbraio 2008 at 10:21

  10. così,d’istinto, di fretta e probabilmente a sproposito, mi vien da chiedere: ma che c’entra? che c’entra la densità dei materiali (grafite, carta, carne, ossa) con la densità delle relazioni? Disegni a grafite e figure digitali? E allora: scrittura a mano (su che carta, con che penna?) e carta stampata e scrittura digitale. Differenti, ovvio, quanto a densità oggettuale. Ma qui si parla di relazioni. Quando si parla di “volto”, di “esposizione” rispetto alla scrittura non si sta mica parlando di una fisicità quanto di senso. Che non è sensorialità se non in quanto esperienza emotiva. La scommessa è quella di saper gestire un’esperienza emotiva identificando dei confini come se si fosse in presenza. Il “come se” significa una distanza e una differenza.
    Che, poi, una certa densità nelle relazioni interpersonali cozzi con “le modalità culturali [o sub culturali] di fruizione di questo strumento, e del web più in generale /” può essere vero. D’altronde cozza anche con le mopdalità di tantissime circostanze non virtuali. Ma che la “leggerezza” del mezzo virtuale non richieda impegno, sempre che ci se lo voglia mettere, beh, lo sappiamo in molti.
    Certe volte mi pare che il dualismo fisico/mentale, tipico della cultura occidentale, ci sia davvero d’ostacolo nel cogliere le opportunità di esperienza “scandalosa” di cui parla omniaf. Un po’ come ci risulta difficile cogliere il senso del pensiero orientale, lo Zen, ad esempio. Ci affascina ma non ci abbiamo l’imprinting.

    caracaterina

    19 febbraio 2008 at 16:28

  11. caracaterina/
    rispondo anch’io al volo, un po’ turbata dall’impatto inatteso e tagliente delle tue parole / innanzitutto la leggerezza e la rapidità, intese sottolineavo anche in termini positivi, non alludono a una mancanza di impegno assoluta / la parola impegno l’hai tirata in causa tu, personalmente non avevo inteso alcun legame causale tra fisicità e costruzione /
    piuttosto mi verrebbe da dire che [e qui mi riallaccio a quanto dici in calce al tuo commento] la progettualità immateriale, senza confronto diretto, veloce [il tempo è a mio parere una componente imprescindibile in questo discorso], probabilmente non è parte della nostra cultura, …così come non possediamo i “cromosomi” per apprezzare o condividere in profondità lo zen o altre dottrine lontane [con tutta l’ammirazione per l’oriente, a me chi cerca di importarne qui da noi i principi filosofici fa sorridere] /
    proprio per questo assetto culturale l’esperienza emotiva svincolata da quella fisica implica una serie di rinunce, o di aggiustamenti / è un’altra cosa /
    inoltre, vorrei dirti che l’uso dei materiali [o dei non materiali] non si rivela solo in una differenza oggettuale, come scrivi; avendo a che fare con gli strumenti comporta anche altre modalità dal punto di vista progettuale e processuale, componenti che sono parte integrante anche della relazionalità e della fruizione, a mio parere /
    in ogni caso avevo premesso che le mie erano annotazioni a margine, temi su cui riflettere ancora /
    un saluto /P

    parergon

    19 febbraio 2008 at 18:00

  12. Il blog offre una grande opportunità, più che di esposizione, di autorappresentazione a scopo relazionale.
    La caratteristica più importante del blog, secondo me, è quella di essere un dispositivo eccentrico – anzi (non so se si può dire): “eccentratore”.
    Provo a spiegare. Per quanto uno si affanni a ego-centrare il proprio discorso, il parlare nel blog sposta automaticamente il proprio ego in una posizione leggermente eccentrica rispetto al discorso. Se parlo in un blog posso essere insomma la persona più egocentrica della terra, ma il mio io risulterà sempre spostato leggermente in avanti (o indietro, o di lato).
    E’ come dire “esposto”, in questo senso condivido omniaficta quando parla di esposizione. Un’esposizione non statica (un uomo in vetrina) ma dinamica (un oratore per esempio, nell’atto di tendere le braccia, o protendersi verso l’ascoltatore, o addirittura ritrarsi).
    Insomma uno sbilanciamento. In questo senso ha ragione anche caracaterina: il discorso sugli strumenti e sui materiali c’entra in qualche modo, ma non è essenziale. Più interessante il risvolto estetico, cioè se iniziamo a parlare di percezione più che di fruizione. Credo che l’equivoco (nell’apparente disaccordo fra parergon e caracaterina) stia nel fatto che ci dobbiamo ancora intendere, se l’altro deve semplicemente “fruire” (di quello che diciamo) o deve “percepire” (quello che offriamo).
    E il bello di tutta questa faccenda, ma anche il pauroso, è che la maggior parte di noi non si rende ancora conto di stare (come “io”) in una posizione eccentrica rispetto a quella che si vorrebbe, o che si è abituati a tenere. Questo spostamento del mio centro, se scrivo in rete, fa emergere di me gli aspetti più “pesanti”, ovvero proprio quelli che mi sbilanciano in avanti (o lateralmente, o indietro) rispetto all’interlocutore. Anche se non voglio. Quindi forse, in fondo, un uso consapevole del blog potrebbe consistere proprio nel riconoscere i propri aspetti “pesanti” dal punto di vista relazionale, e in qualche modo imparare a far agire quelli. Esporsi insomma, anche nel senso di arrendersi, non tanto a quello che si è o si pensa di essere, ma a quello che “si risulta essere” per l’altro.
    Può essere?

    untitled io

    20 febbraio 2008 at 10:57

  13. (mi accorgo solo ora – e vedi! – del senso che volevo dare al fotogramma un po’ illeggibile che ho messo nel mio post, dove la donna si lancia – letteralmente e “di peso”, misurando massa e accelerazione perché è una danza tencicamente perfetta – in braccio all’uomo)

    untitled io

    20 febbraio 2008 at 11:04

  14. Sì sì, può essere.

    Matteo

    20 febbraio 2008 at 12:06

  15. untitled_io, non poteva essere detto più incisivamente di così, il discorso sull’esposizione, anzi sull’esporsi che va inteso quasi in senso tattico (“esporre il fianco”, per restare nell’immagine di uno sbilanciamento che rende vulnerabili).

    omniaficta

    20 febbraio 2008 at 12:39

  16. Esporsi insomma, anche nel senso di arrendersi, non tanto a quello che si è o si pensa di essere, ma a quello che “si risulta essere” per l’altro.
    Questa è la frase che mi da da pensare, senza sapere dove mi porta questo pensare, sapendo solo che c’è un nodo in questa frase. Due cose mi colpiscono e mi attivano: l’esporsi,nel senso letterale di “mettersi fuori”, all’esterno di se stessi, oltre il limite (corporeo?) e quell’arrendersi che non implica certo sconfitta, ma contiene in se l’idea del movimento verso l’altro.
    Non so, forse farneticazioni.

    pessimesempio

    20 febbraio 2008 at 15:21

  17. pessimesempio

    22 febbraio 2008 at 11:09


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