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La mania per l’alfabeto

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Terminato il libro di Marco Candida La mania per l’alfabeto” (Sironi Editore), meditato per un poco l’effetto della lettura, posso dire che non sono molto d’accordo con la definizione che ne viene data in copertina: “un romanzo drammatico e paradossale”. Non ci vedo né dramma, né paradossi, in senso stretto. Mi sembra invece un romanzo di de-formazione, un racconto eroicomico e anche un ambizioso tentivo di autobiografia filosofica, sia detto senza nessuna velleità critica ma solo come pura suggestione.

Per giustificare sommariamente l’impressione di lettura, occorre dire che la struttura del libro è già portatrice di intenzioni esplicite. C’è un procedere a ritroso, un’involutiva chiusura della prospettiva esistenziale. Il protagonista, questo giovane uomo ammalato-guarito di scrittura, fallisce sentimentalmente, poi perde il lavoro e infine si rifugia nella sua stanza, circondato da una famiglia che non lo capisce e assediato da fantasie oniriche (in realtà trasparentemente allegoriche). Vicenda posta ingannevolmente sotto il segno della “scissione”, presente fin dall’inizio nella citazione di Galimberti a proposito di Jaspers. Inganno dovuto, considerati gli elementi psicopatologici che sembrano dominare il protagonista, ma pur sempre inganno, visto che è sempre il mondo a voltargli le spalle, a sottrarsi vilmente. E allora? Si può stare senza mondo? No di certo. Ma non a causa della scissione, quanto in nome dello scrivere. Ecco che il senso ci viene offerto in un’altra lunga citazione iniziale di Kandinsky, che vorrei in parte riportare: “L’arte del dipingere è l’incontro roboante di molti mondi diversi che, dopo essersi dati battaglia, arrivano a formare quel mondo nuovo che si chiama opera d’arte”.

Il mondo deve essere scritto, non testimoniato, rappresentato, raccontato, ma proprio creato o almeno ri-creato. Il libro è ricco d’inserti riflessivi sull’argomento, eppure non dicono esattamente il significato della narrazione. In questo, Candida non è privo d’ironia. Ad esempio, c’è questa conclusione che sembra un modo di ricominciare un altro racconto, ma c’è anche l’efficacissima e ambigua adesione critica del protagonista alle logiche aziendali, sotto un principio di qualità procedurale che è la metafora più opaca e potente di tutto il libro. Si potrebbero fare molti altri esempi di questo sguardo ironico, un po’ anaffettivo, distanziante. Uno sguardo necessario, però. Perchè qui, in questo libro d’esordio, Candida tocca inevitabilmente il più pericoloso ed enigmatico degli argomenti: sé stesso. Ne esce bene. Per scoprire, forse, che solo Dio (immaginiamolo in versione antico testamento o anche cabbalistica) crea il mondo con l’alfabeto; che ai discendenti di Adamo l’alfabeto offre solo (solo?) la possibilità di condividere un mondo.

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Written by omniaficta

15 luglio 2007 a 18:27

Pubblicato su letteratura, segnalazioni

2 Risposte

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  1. Ciao. Mi piace molto la definizione di romanzo di de-formazione. Perché implicitamente contiene questo giudizio: “Chi vuole scrivere, chi aspira a diventare uno scrittore, e persegue questo obiettivo, va via via, e deve via via, de-formarsi”. 🙂 Questa è la seconda definizione che mi è piaciuta, ultimamente, assieme a novel-room di Luciano Pagano. E per questo ti ringrazio. Grazie.

    Marco

    17 luglio 2007 at 19:51

  2. Sono contento che ti sia piaciuta questa definizione. Nell’insieme delle mie suggestioni volevo sottolineare la complessità e il coraggio del tuo lavoro. Ho cercato di restare nelle dimensioni canoniche di un post, ma il discorso potrebbe essere molto più lungo. Spero di essere riuscito a darne comunque un’idea.

    omniaficta

    17 luglio 2007 at 22:08


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