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Un lettore (uno?)

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Mentre su riviste e siti si discute sulla funzione dell’editor, vorrei proporre una breve nota su un altro protagonista della letteratura: il lettore.

Di cosa parliamo quando parliamo del lettore? Distinguerei. Perchè il lettore è fatto di due lettori. Uno è il “navigatore” (da ora in poi lettoredimonitor) nell’oceano di pagine del web: uno che si aspetta l’interattività e una certa dose di novità che giustifichi le successive visite. Il lettoredimonitor è frettoloso, pigro, distraibile. E si dà un sacco d’importanza, seminando i suoi preziosi commenti senza timore di gaffes, persuaso di raccogliere comunque l’attenzione che crede di meritare. Vuole partecipare (concediamogli che è anche la natura del mezzo a sollecitare questo desiderio).

Se un sito gli dice: poche chiacchiere, noi facciamo robe (idee, opere, recensioni, promozioni, oggetti, servizi, libri eccetera) così e cosà, leggi i nostri perchè e percome, poi comprale le nostre robe e vedrai, il lettoredimonitor non arriva neanche a metà della frase, è già a 4-5 clik di distanza. Lui (o lei) ha un blog da curare, forse, e comunque ha già tutto quello che gli serve, è un po’ stanco, non ha tempo, lo chiamano al telefono e così via. Sto parlando di una tipologia comune, ma anche di una tendenza generale a cui è difficile sfuggire. Qualcuno che dia attenzione e tempo c’è di certo, ma per gli altri, per gli infelici tanti? In cosa si risolve la lettura?

Ma il lettoredimonitor chiede solo di essere trattato diversamente, ha bisogno di un’apertura relazionale, di una disponibilità di spazio che lo aiuti ad avvicinare la novità, l’inaudito, la provocazione di ogni “cosa” che viene intrapresa in rete. E non la trova ovunque. Ma ora cambiamo supporto.

Discorso diverso per il lettoredicarta. Qui la difficoltà sta nel conservatorismo abitudinario del lettore medio-forte, la vera posta in gioco degli editori. Anche qui però distinguerei. Ci sono pochi lettori fortissimi che conservano una mentalità aperta e la curiosità di fare scoperte ed essere sorpresi da un libro. Per gli altri frequentatori di librerie il discorso è questo. Chi compra un libro lo fa sulla base di quello che conosce: la reputazione dell’autore o dell’editore, il genere, l’argomento, una recensione, il consiglio di qualcuno (amico, professore, libraio che sia). Questo lettoredicarta sente il bisogno di avere guide. Non perchè sia stupido o passivo, ma perchè queste cose funzionano così, da sempre (leggere un buon manuale di sociologia della conoscenza per convincersene). Ovvero non è corretto dire che è solo la pigritudine narcisistica di chi sopravvaluta il proprio sguardo. Anche noi siamo così, non illudiamoci. Invece c’è dell’altro. Un’informazione qualsiasi, per diventare un patrimonio stabile e ben definito di una persona, deve superare una certa massa critica le cui dimensioni dipendono da numerose variabili. Ne citerò tre. La ripetizione, la semplificazione e la personalizzazione. Sono le prime che mi vengono in mente. Fanno un po’ ribrezzo, in effetti, ma rendono l’idea di quale sia il processo con cui il lettore si orienta negli infiniti spazi della cultura. In genere, il bravo lettoredicarta segue qualche rotta sicura, si fida delle sue vecchie mappe ingiallite. Sto parlando – fuori di metafora – di pregiudizi, schemi mentali, abitudini, induttivismi privati. A questo punto, il nostro s’imbatte in un’impresa (diciamo così) che rientra a fatica nella sua griglia valutativa. Sarebbe necessario uno scarto, un guizzo, insomma una capacità di errare (rispetto al già noto). Quanto invece è più economico (in molti sensi) ignorare la cosa “disturbante”…

Credo che sia proprio questo lettoredicarta il principale target (vabbé nessuno è perfetto) del discorso critico, del discorso rivoluzionario che non vuole ripetere, semplificare e personalizzare. Che fare? Stanarlo, si. Sfidarlo, anche. Mostrargli che si può leggere diversamente. Si può. Forse non sta aspettando altro.

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Written by omniaficta

6 marzo 2007 a 21:39

Pubblicato su blog, letteratura

5 Risposte

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  1. Abbiamo appena aperto Appunti di Redazione ai commenti. In occasione dell’ultimo post. Che parla appunto di un lettore (forse “forte”), del rischio di deragliare, e della sua resistenza (che forse un po’ è anche la nostra). Deraglieremo? e: sarà bello?
    Bello è navigare a vista, certe volte. Io chiudo le finestre a casa mia, e le spalanco in ufficio: non è strano?
    Anna

    untitled io

    7 marzo 2007 at 00:03

  2. Non è strano, Anna, forse è necessario.

    omniaficta

    8 marzo 2007 at 16:47

  3. Sì però, voglio dire, la tendenza del momento è quella di scappare tutti a nascondersi negli angoli, sai quando si gioca a nascondino e quello si è appena voltato e ha messo gli occhi sul braccio e comincia a contare, lo sanno tutti che quando quello comincia la cerca ti devi stare zitto, non chiacchierare col vicino di nascondiglio per esempio, o insomma non farsi sentire da tutti quanti, men che meno provocare il cercatore dirgli prendimi-prendimi, voglio dire se la questione è parlarsi perché farsi sempre meno tracciabili, poi improvvisamente manifestarsi, poi rendersi irrintracciabili di nuovo? oppure la questione è semplicemente sedurre e scappare avanti, e al diavolo le conversazioni?
    Non so se mi sono spiegata, ma se eravamo divi del cinema si capiva tutto meglio.

    untitled io

    22 marzo 2007 at 08:09

  4. Come a nascondino, il segreto è la giusta distanza. Mica puoi correre lontano (troppo lontano), ma nemmeno puoi metterti a due metri dal luogo di conta. Poi, attenzione, che occorre anche il giusto tempo. Silenzio e cogliere l’attimo. Aspettare che l’altro sia abbastanza lontano. E saper guardare senza essere visti. Così è il gioco. Quanto assomigli all’argomento di partenza, non lo so. Però ci vedo un qualche nesso.

    omniaficta

    22 marzo 2007 at 18:21

  5. Più di un nesso. Mi premeva, della conversazione, far emergere anche il lato oscuro, o meno controllabile: la schermaglia. Ma non quella salottiera: quella più muscolare, di quando ci si mette in gioco con tutto il peso e lo slancio della propria identità. Il nascondino insomma per me è gioco muscolare, scaltro strategico e sociale, non un minuetto fra damine coi ventagli. Certo dipende dagli ambienti.

    untitled io

    23 marzo 2007 at 09:28


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