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La conversazione

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La conversazione è necessaria. Tiene in vita la relazione che è la fonte rassicurante e costante dello spazio comune, dell’identità stessa, in fondo. Noi siamo letteralmente tenuti al mondo dal linguaggio “basso” e senza grandi contenuti della conversazione. Tuttavia, non si può non vedere che qui avviene un nascondimento, una velatura dello sguardo. Lo sappiamo, anche senza bisogno di maestri e maestrini del sospetto. Sappiamo che si può dire qualcosa in modo diverso: lo fanno i grandi scrittori, gli artisti. E noi?

La conversazione produce dunque una prossimità distanziante, mentre l’opera dell’artista mostra la possibilità, il tentativo di un distanziamento che avvicina il senso “vero” dello stare nel mondo. Il contatto che si verifica nella conversazione è dunque segnato da una deformante illusorietà che dovrebbe essere dissipata proprio dallo scarto percettivo dell’arte. Il senso comune, figlio legittimo della conversazione, proietta sull’arte esattamente quello che non vede del suo modus operandi, ovvero l’illusione, l’artificio, la finzione. Peraltro il senso comune è geneticamente proiettivo, basti pensare a come reagisce di fronte alla smentita dei suoi “luoghi”. E tutti noi siamo simili (umani) nel condurci all’ombra del suo potere. In ogni comunità, in ogni gruppo, non è data la possibilità di sottrarsi impunemente alla sua pervasività. Se non accettando di fare i rappresentanti delle sue proiezioni.

La rete non è sfuggita a questo stato di cose, sebbene avesse qualche possibilità di creare un cortocircuito tra forme relazionali. In particolare, forum e blog hanno offerto un ambiente relazionale fondato sulla scrittura e sulla lettura che apparentemente sfugge alla conversazione come destino di ogni incontro in una comunità. Era (è?) una comunità di testi, ma solo per una minoranza di scriventi-leggenti. Poi sono arrivati tutti gli altri, quelli che non capiscono l’arte, quelli che pensano che la letteratura debba servire (proprio nel senso di essere al servizio) a qualcosa (o a qualcuno), magari solo divertire o farsi un nome. Sono arrivati quelli che vogliono curiosare o mettersi in mostra, litigare o fare amicizia. Quelli che vogliono conversare. A questo punto ha senso aggrapparsi alla promessa che la rete aveva prospettato in un primo momento euforico? O bisogna rassegnarsi a vedere le migliori menti della blogosfera rientrare nei ranghi dell’esibizionismo finto-alternativo, del meccanismo industrial-editoriale, del velleitario avanguardismo, del similpostmodernismo ludico?

Io non mi rassegno e non mi aggrappo. Per un semplice motivo: la conversazione, qui in rete, è lo sfondo indispensabile di ogni possibilità di scrittura, non il suo nemico. Anche qui, occorre farsi carico di rappresentare le sue proiezioni, l’unico modo di salvare la specificità di un linguaggio che disvela e apre gli occhi, contagiando orizzontalmente chi saprà accettarne il rischio.

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Written by omniaficta

10 febbraio 2007 a 20:51

Pubblicato su contraddetti

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